Negli ultimi anni le criptovalute sono diventate sempre più popolari non solo come strumento di investimento, ma anche come mezzo per generare reddito passivo attraverso lo staking.
Ma come vengono tassate in Italia le ricompense ottenute da questa attività?
Cos’è lo staking
Lo staking consiste nel bloccare una certa quantità di criptovalute per partecipare alla validazione delle transazioni sulla blockchain.
In cambio, l’utente riceve ricompense periodiche in token: una sorta di “interesse” riconosciuto per aver contribuito al buon funzionamento del sistema.
Come vengono tassate le ricompense
Dal punto di vista fiscale, le ricompense da staking sono considerate redditi imponibili, anche se non vengono convertite in euro.
Il valore di riferimento è quello di mercato del token al momento della ricezione, espresso in euro.
Questi redditi vengono inquadrati come redditi di capitale ai sensi dell’art. 44, comma 1, lettera h) del TUIR e sono soggetti all’aliquota del 26% (la percentuale potrebbe subire variazioni con la Manovra 2026).
La tassazione avviene quindi nel momento in cui i token vengono accreditati sul wallet o sull’exchange, indipendentemente dal successivo utilizzo o vendita.
Dichiarazione dei redditi
Le ricompense da staking vanno indicate nella dichiarazione dei redditi.
In base alla tipologia e all’anno di riferimento, possono essere riportate nel Quadro RL (redditi di capitale) o nel quadro specifico dedicato alle cripto-attività.
Nel caso in cui le criptovalute ricevute vengano successivamente vendute generando un guadagno, anche la plusvalenza dovrà essere dichiarata e tassata separatamente.
Monitoraggio fiscale e Quadro RW
Se le criptovalute sono detenute presso exchange esteri o in wallet non custodial, sussiste l’obbligo di dichiarazione nel Quadro RW ai fini del monitoraggio fiscale.
L’obbligo potrebbe non sussistere quando lo staking è effettuato tramite intermediari italiani che applicano la ritenuta alla fonte.

